Prefazione

  

     Fin dagli anni ‘80, dell’ormai trascorso secolo, mi è venuta in mente l’idea di lavorare alla stesura di un vocabolario siciliano.

     Per un lavoro così ambizioso, completo, quale può essere definito un vocabolario siciliano, ho sfruttato l'indiretta collaborazione di centinaia di genitori i cui figli ho avuto assegnati come alunni in più di quaranta anni d’insegnamento, parecchi dei quali provenienti da altri comuni per motivi di lavoro.

     Già venti anni della mia vita sono stati impiegati, anche se, tra una tirata e l’altra, sono nati, centinaia di poesie e ben nove romanzi che tengo gelosamente custoditi nei miei cassetti. Certamente non avrò preso in considerazione tutta la sfilza di vocaboli, ma una buona parte senz’altro. Perciò mi scuso con coloro che mi dedicheranno un po’ del loro tempo, qualora questa mia enorme fatica dovesse, come io spero, andare in edicola.

     Ci fu un anno in cui sono stato costretto, per motivi di lavoro, a raccogliere una serie di proverbi che, uniti a quelli che mi venivano spontanei nella mente, costituirono una vera e propria ricchezza per i loro significati e per lo spolvero delle parole, ormai in disuso. Parecchie di queste parole erano nascoste nei meandri del mio cervello.

     Tali proverbi, e altre storie di contenuto per lo più religioso e d’ispirazione popolare, furono letti e spiegati ai bambini, i quali ne trassero delle scenette, dei disegni che, simili a una mostra pittorica, riempirono le pareti del Quarto Circolo Didattico di Gela, in cui ho insegnato per decenni. La fortuna è stata, si fa per dire, dalla mia parte, per avere avuto classi di bambini raccogliticci e di bassa estrazione sociale. Da loro e dai genitori ho imparato tante cose che ricavavo dai contenuti dei proverbi e dei modi di dire, con cui la maggior parte si esprimeva. Qualche volta mi s'invitava, a scegliere classi bisognose di recupero, e, di fronte ad un favore chiestomi dal capo d’istituto, non ho saputo fare negativa. Le difficoltà erano tante come pure le soddisfazioni che mi hanno indotto a prendere la decisione di elaborarle negli anni. Mi ero, come dire, specializzato in recuperi di bambini in difficoltà.

     Fu un vero successo, la rappresentazione drammatica, in dialetto, nel piccolo teatro dei Salesiani, della morte e passione di Nostro Signore Gesù Cristo, con parti cantate e mimate e intensamente recitate, che coinvolsero la partecipazione degli spettatori, costituiti da una nutrita schiera di genitori e insegnanti.

     Non ho avuto fretta, nella stesura dell’immane lavoro, iniziato per motivi didattici e per non far perdere il nutrito bagaglio linguistico della nostra Isola, poiché avrei abbandonato non appena mi fossi accorto che i giorni, i mesi e gli anni sarebbero trascorsi copiosi. Ogni qual volta eseguivo il lavoro d'aggiornamento, avevo l'impressione d'essere all’inizio dell’impresa, ma, dentro di me, gioivo, per i molteplici passi avanti che avevo fatto.

     Il fatto, che i bambini si dovessero abituare a parlare in lingua italiana, non era per nulla incoraggiante. Già i figli non conoscevano il linguaggio dei genitori, anzi essi stessi appartenevano a un mondo che non era il loro. Da qui, forse, sono nate le incomprensioni tra figli e genitori.

     Non mi sono dato, perciò, a forme di ricerche vere e proprie, ma mi sono tuffato nel mio passato, che appartiene a una miriade di persone con cui ho avuto a che fare nella mia poliedrica attività di lavoro, durata quarant’anni e alla mia e altrui esperienza di vita.

     Non ho chiesto niente a nessuno e devo ringraziare soltanto la mia volontà e la cocciutaggine di riuscire a tutti i costi, qualunque sarebbe stato il frutto del mio lavoro.

     La compilazione dell’Opera, ancorché stancante, incuteva all'Autore nuove energie e perciò oggi essa gli dà la felicità di stendere la presente prefazione che ha voluto tirare tutta di un fiato, per non dare motivo a cuciture antipatiche.

     Avevo avuto sentore che, nella Sicilia, circolava una sfilza di vocabolari dialettali, non uno però, che fosse stato scritto da un gelese. L’idea, perciò, di essere il primo a cimentarmi in una così immensa fatica, mi sia consentita un po’ di vanità, mi mise le ali ai piedi. Per questo motivo, i venti anni impiegati sono una minima parte di quella che impiega un qualunque altro ricercatore che ne avesse avuta voglia.

     La mia è stata una sfida col tempo e con me stesso. Iniziato il lavoro, mai mi ha sfiorato l’incertezza di rassegnarmi e di rinunziare. Qualcosa, dentro di me, mi diceva che avrei portato in porto questo lavoro.

     Era un periodo in cui era nato il gusto della ricerca delle storie antiche e tanti personaggi divennero famosi solo per avere pubblicato materiale raccolto qua e là, quasi a porta a porta, come si diceva oggi.

Gran parte di quegli scritti, alcuni più completi di altri, giaceva nel mio cassetto. Mi vergognavo di darli alle stampe, poiché in loro non c’era niente che mi appartenesse, se non la fatica di averli scritti e il piacere di leggerli quando io ne avrei avuta voglia.

     La pubblicazione di quello che io ritenevo cosa esclusiva, un vero e proprio tesoro nel mio scrigno più segreto, m'indignò al punto che io chiesi vendetta, con la quantità d'opere da me scritte e aventi il pregio d'essere originale e frutto della mia creatività, che, in parte, mi deriva dal lavoro iniziato per caso.

     Le mie tasche erano un serbatoio d'appunti che, alla fine della giornata, io riversavo sul tavolo da lavoro, per dare loro posizione, nella giusta stesura. Ora il lavoro non era esclusivo, poiché alla stesura del vocabolario si aggiungevano versi e brani di prosa che hanno dato un valore alle mie fatiche. Scrivevo e, insoddisfatto, cestinavo. Riscrivevo e continuavo a cestinare, finché, un giorno, non mi convinsi che ero sulla buona strada.

     Sappia il lettore che gli inizi sono difficili e che io provavo vergogna, quando rileggevo, all’inizio, quanto andavo scrivendo, ma, poiché mi accorgevo di migliorare ogni giorno di più, decisi che non avrei lasciato più la penna.

     La prima stesura dell’Infinito di Leopardi, mi diede motivo di riflessione e lo stimolo a non desistere. La conferma mi doveva derivare dall'incoraggiante parola del prof. Preside Nunzio Sciandrello che speravo di trascinarmi nei sentieri della fama e della giusta riconoscenza.

     Essere copiatore di me stesso, e ciò mi accadeva ogni volta che dovevo intercalare qualcosa, comportava uno spreco di tempo non indifferente. Di questo passo non sarei andato tanto lontano. Una mano, anzi la soluzione al problema, me la ha data il computer, cui io sono tanto grato, per avermi fatto risparmiare tempo prezioso. Senza di lui, non so se sarei riuscito nell’intento.

     Per quanto attiene al vocabolario, mi sono tenuto nei limiti dell’ortografia e della grammatica italiana. Non ho potuto fare a meno, però, dallo scrivere parole con due consonanti, come la dizione siciliana vuole, poiché parecchie parole, con l’uso, sono state elise e hanno preso corso nella parlata di tutti i giorni. Tale accorgimento, a volte, è necessario come l’uso dell’accento, per non dare motivo di confusione e significati sbagliati. In certi casi, dunque, non ne ho potuto fare a meno. Per la coniugazione dei verbi, il lettore si porti alla fine d'ogni lettera. Li troverà, secondo la desinenza e coniugati nei tempi più in uso nella lingua parlata, la gran parte dei verbi contenuti nel vocabolario. Dei verbi irregolari sono date coniugazioni a parte.

     Altri modi e tempi si riscontrano lungo la trattazione dell’opera. L’alfabeto usato è quello della lingua italiana con le ventuno lettere di cui è dotato. Non si fa riferimento a nessun autore o a vocaboli d'altri comuni dell’Isola, poiché non mi sono dedicato ad alcuna forma di ricerca.

     La parola ciuri, per la parlata gelese, non ha nessun significato. Non si legge sciuri come da altre parti ci proviene. La parola ciungu, per noi ha il significato di zoppo. In altre parti non so se fosse esistito e quale significato vi si attribuisca. Il composto sci è ricco nella nostra parlata dialettale: pisci, sciatu, sciuri, sciangatu. Per il dialetto gelese, anche la desinenza dda ha un significato diverso, del ddra di certe città. Addavuru e idda hanno suoni diversi. Sarebbe errato, per noi, attribuire la pronunzia che altri ne danno. La confusione sarebbe enorme. Addavuru si legge così com'è scritto, ma idda non lo è, perché il pronome si scrive così com', è pronunziato, in altre parole, iddra. La nostra parlata non è come la lingua inglese che si scrive in un modo e si pronunzia in un altro.

     Nella speranza di essere stato chiaro e di non avere deluso le attese d'alcuno o di non essere stato d’intralcio a quanti, sicuramente dopo di me, si sono addentrati in questo labirinto intricato con una sola via d’uscita, quella di riuscire, confida nella collaborazione di quanti hanno a cuore il piacere della pubblicazione dell’opera e specialmente le Autorità Comunali, affinché questa mia immane fatica abbia il giusto riconoscimento che merita. A me rimane la gioia d'esserci riuscito. La fatica mi sembrerà più sopportabile, quando e se io abbia il riconoscimento al mio lavoro, con la sua pubblicazione. Non me ne abbiano i vari ricercatori, ai quali non ho rubato niente.

     Un ringraziamento va rivolto a tutti quelli che prenderanno a cuore la mia fatica e a quanti consulteranno l'opera, che possa divenire il dono massimo di un figlio di Gela, sconosciuto a tutti, almeno sotto il profilo delle lettere e della cultura. Sono convinto che pochi scommetteranno sulla mia produzione, perciò ne vado fiero.

L’opera contiene circa 58.000 vocaboli.

 

 

 

                                             L’Autore