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                                        Prefazione

 

 

 

 

      Nella prima parte di questo romanzo, l’Autore, descrive lo stridente contrasto tra la società patriarcale d’inizio secolo, poverissimo, arretrato ma ricco di valori, e la società attuale, in cui l’uomo ha perso tutto quanto era riuscito a conquistarsi, con tanti sacrifici, in secoli di sofferenze e privazioni. Tutto ciò è avvenuto grazie al progresso e alla corsa scriteriata alla ricchezza a tutti i costi e al conseguimento del successo, come fatto sociale e al rivestimento delle leve di comando nel campo politico e imprenditoriale.

      Erano i tempi in cui le dita della mano, pur diverse per funzioni e caratteristiche, si aiutavano uno con l’altro. La pace, la quiete, meglio definita felicità, regnava sovrana nelle famiglie, poiché c’era la consapevolezza che meglio di così non poteva andare, nonostante gli sforzi e gli impegni di tutti i suoi membri.

      La televisione, che doveva essere un mezzo di raggruppamento e d’istruzione, sotto tutti i punti di vista, ha messo in risalto, un modo diseducativo della società e non si vede perché lo stato debba assegnare a lei un compito così delicato.

      Il comportamento della donna è completamente mutato, nel senso che essa ha smarrito la sua prerogativa di mamma e di moglie. Essa ha scoperto d'essere donna, femmina, per rivolgere le sue attenzioni a personaggi importanti o denarosi, per una sistemazione o il raggiungimento del successo. In vista di ciò, non ha tenuto niente di sé, ma tutto ha donato, con consapevole e vergognosa spudoratezza. Il lusso e l’eterna giovinezza, valgono di più di un marito, con cui dividere dispiaceri e povertà, sofferenze indicibili, di cui, i nonni e i loro genitori, sono state vittime. Oggi la donna è buttata allo sbaraglio e non prova vergogna di niente. Odia l’uomo nel quale fa risalire ogni senso di colpa e di schiavitù e concorre con lui nel posto di lavoro e nella conduzione della casa, quando ne fa coppia.

      L’Autore auspica che la donna, dopo ponderata riflessione, ritornerà a rivestire il ruolo di regina del focolare domestico, se a malapena si accontenta di sopportare un minimo di sacrificio, quello di crescere un figlio da lei voluto. Questi tempi verranno, quando anche lei si renderà conto di non avere la bacchetta magica per risolvere determinati problemi. Per il momento le donne stanno lottando con tutte le loro forze, per sostituirsi all’uomo ma, quando esse arriveranno a questo punto, conosceranno la loro cattiveria, saranno le stesse a cedere le armi e riprendere la via dei vecchi insegnamenti. Passeranno moltissimi anni, forse secoli, però, prima che la cosa si normalizzi.

      Ciò che non ha un senso è che una mamma che in altri tempi si faceva sbranare da una belva, per difendere la sua creatura, ora se ne libera nei modi più volgari, abietti, vili e vergognosi abbandonandola nel contenitore della spazzatura o lanciandola nelle acque profonde di qualche fiume, senza avvertire nessun senso di pietà, di rimorso. Potrebbe farne dono, senza alcun danno dal punto di vista legale, ma preferisce ricorrere al rimedio estremo, magari per dare la risposta, indotta dall’odio, o avvinghiata dal peccato, a chi poteva essere o diventare il suo compagno, con cui dividere la propria vita, come si è sempre fatto.

      Dalla sintesi di queste negatività oggettive, emerge la figura di Perfidia, la quale scarica tutta quanta l'aggressività accumulata negli anni della sua infanzia, infelice e sofferta, contro il marito, persona su cui era facile sfogarsi, per via di quei due fazzoletti di terra, dei quali se ne faceva un vanto sviscerato. Con essi l’anziano genitore era riuscito a mantenere decorosamente la famiglia, oggi definita numerosa. Per lei quelle terre costituivano, in parole povere, l’equivalente di uno stipendio di un comune impiegato. Non ne verrà mai in possesso per avervi rinunziato dopo la scappatella del marito su cui scarica il suo rancore.

      Nella seconda parte del romanzo, prevale quindi l’invidia, la gelosia, la perfidia, qualità quest’ultima appresa dalla devianza della propria formazione spirituale da parte della nostra protagonista, per essere stata plagiata da tanta diseducativa televisione. Essa è arrivata al punto da odiare le proprie creature con le quali è scesa in competizione per invidia, gelosia, presunta bellezza. Non appena le ragazze hanno avuto la possibilità si sono liberate della loro genitrice, per evitare l’irreparabile. Non ce la fecero più a sopportare le sue lagne, gli inutili piagnistei, i volgari e bassi comportamenti nei riguardi del genitore, un uomo tutto dedito alla casa e alla famiglia.

      La povera donna, persa la luce della ragione, dopo aver messo in fuga il marito, reo di una presunta tresca amorosa con una donna dalla quale dice di avere un figlio, dopo avere indagato, senza alcun risultato, è ricoverata in una casa di cura a Milano, città dove era andata a finire per caso, dove morirà sola. Nessuno è riuscito a riconoscerla, forse neanche le sue figlie, per un senso di vergogna o per ragioni di testa.

 

 

 

                                                                         

 

 

 

 

 

 

                                                                                      L’Autore.