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                                    Prefazione



     “Umili ma fiere radici” sono un romanzo breve ma intenso.

     La vicenda si svolge nella Gela del diciannovesimo secolo, quando ancora la città era meglio conosciuta con la denominazione di Terranova.

     Allora Gela non contava molti abitanti e un piccolo polmone verde quali potevano essere I Giardini Pubblici e Parco delle Rimembranze dava aspetto di foresta. Qualche albero qua e là era sufficiente alla cittadina per il ricambio dell’aria. La città era una cartolina che gli anziani di oggi ricordano con nostalgia e mestizia.

     C’erano i ricchi e i poveri, un dualismo esistente da sempre, ma contrariamente al termine improprio da noi usato, tra le due parti c’erano comprensioni e rispetto reciproci. Entrambe le parti vivevano bene, poiché l’agricoltura si eseguiva a forza di braccia cosa che annullava la disoccupazione. Il mare, per quanto invitante, era praticato da pochi marinai e non risulta che abbia mai arricchito qualcuno di loro. Con lo sviluppo industriale finì il benessere e il contadino dovette cambiare mestiere improvvisandosi operaio o qualcos'altro per sopravvivere alle difficoltà cadute di colpo tra capo e collo.

     La città di allora era racchiusa dalle vie Matteotti, Corso Vittorio Emanuele, Discesa Maione, Via Generale Cascino con le relative adiacenze e comprendeva i quartieri di Santa Maria di Gesù, di Sperone, di Rabatello, di San Francesco, di Santuzza, di Rosario, di San Giovanni, di Sant’Agostino, di Baracche, di Canalazzo.

     Tutt’attorno c’erano vecchie case, circondate da ampi terreni coltivati a frutti e verdure per il fabbisogno della cittadinanza di allora, che facevano supporre che la città non dovesse fermarsi là. Di tanto in tanto ci si accorgeva che il paese si era come dire allungato con propensione verso est ovest. Erano vecchie case dello stesso stile che faceva supporre severità da parte dell’Amministrazione Comunale e senso di responsabilità della cittadinanza tutta.

     E’ inutile dire che allora non esistevano le brutte parole di oggi come rubare, imbrogliare, invidia, gelosia, infamia, cattiveria, furbizia ma cooperazione, amicizia, senso del dovere. L’onestà, la generosità era un valore massimo. La stessa povertà era un valore.

     Il centro di Gela, la Piazza Umberto Primo, era un palcoscenico dove avveniva di tutto: ricerca e offerta di mano d’opera, vendite di prodotti che provenivano da fuori, litigi per futili motivi, prendere in giro il prossimo da gente che non era superiore se non nella cattiva educazione. Erano ragazzotti che abitavano le viuzze e i cortili del centro storico i cui cittadini esercitavano il mestiere di facchini. I ragazzi di campagna erano di un’altra pasta, poiché avevano di mira il lavoro e lo spirito di collaborazione e di amicizia. Qualche persona caratteristica, con qualche malformazione o difetto era presa in giro e certamente non dai giovani contadini che li difendevano a spada tratta. Erano purtroppo i tempi che l’Autore spiega nella sua trattazione, in cui nascevano figli handicappati per via del sangue infetto che i nobili avevano nelle loro avventure amorose.

     In un simile ambiente, qualche peccatuccio qualcuno lo commetteva. Di solito apparteneva all’alta borghesia tanto da seminare addirittura qualche figlio, cui si dava giusta sistemazione addossandolo a un proprio dipendente. In virtù del denaro a loro era consentito tutto, senza che nessuno lo potesse condannare. Va da sé che molti problemi rimanessero insoluti.

Da una di queste nobili famiglie, per appagare i propri sensi uno dei maggiori rampolli soddisfece i propri istinti fino a che ci scappò il figlio che ha dovuto riconoscere dopo tanti anni e quando la dinastia stava per estinguersi. Eroica la presentazione della ragazza, frutto del peccato, poiché ha avuto il giusto orgoglio dovuto da una sana educazione che si evince da una lettera che la mamma, poco prima di morire aveva lasciato alla figlia non ancora nata. L’umile fierezza la pose in uno stato di parità con la nuova famiglia, senza aver dimenticato l’affetto e l’amore con cui i genitori adottivi l’avevano cresciuta.

     Il farmacista, nella sfortuna fu fortunato, poiché la vera moglie era sterile, ciò che gli consentì l’annullamento del matrimonio.

     Si risposò ed ebbe una nidiata di figli, assicurando la continuazione della dinastia non sappiamo per quanti secoli ancora.