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Prefazione

 

 

    

       E’ la storia di Benedetto, un intellettuale dell’estremo sud della Sicilia, trasferitosi, per sete di conoscere, cose e persone, in quella città di Torino, che, nonostante tutto è più ospitale del resto dell’Italia settentrionale, anche se non è riuscita ad adottarlo.

       L’Italia settentrionale è paragonata al parente ricco, esigente, pretestuoso, volubile, egoista che, nel bisogno, pone la sua disponibilità economica nei riguardi del parente povero, che presta tutto il suo aiuto, senza aspettarsi niente come contropartita. Qui non può fare a meno di assistere a due mondi diversi: quello dei poveri settentrionali invidiosi e, in un certo senso, paurosi di perdere del proprio, e quello degli emigrati, costretti a vivere le angherie e i soprusi della popolazione indigena e indigente, la cui causa non fu abbracciata dai facoltosi conterranei, che pure facevano il loro interesse. Da questa situazione, i veri sconfitti, furono i poveracci del nord. Essi si sono visti aumentare il canone d’affitto, per la vertiginosa richiesta di nuove case e diminuire il potere d’acquisto del loro salario, a mano a mano che il progresso si andava affermando. Costoro furono costretti a essere confinati nei piccoli centri, dove i fitti erano ancora contenuti.

       La trasformazione camaleontica del ricco nei riguardi del povero, pur essendo un suo parente di cui si ricorda a malapena d'essere tale, in circostanze d'estremo bisogno, è sotto lo sguardo di tutti.

       A tornaconto ottenuto, il ricco si trincera nello stato scontroso, superbo, egoista, tipico del personaggio.

Benedetto, ebbe il primo contrasto non appena arrivato, quando egli, ancora estate, avvertì la necessità d’indossare una giacca di lana, per avere trovato un clima, dalle sue parti, autunnale.

       Il nostro Benedetto, simile a novello Ulisse, s’immerge in un mondo, che non è il suo e, come tale, riesce a capire che diversità, contrasti tra i due mondi, il nord e il sud, tra il ricco e il povero, non poteva che scuotere la sua coscienza e non è ancora che agli inizi della sua avventura. Egli se ne renderà conto più compiutamente, quando entrerà nel tessuto della nuova realtà, quando conoscerà, personalmente, luoghi e ambienti frequentati dalla popolazione, che non ha un attimo di respiro, per come si muove e per quello che fa. La facciata, dunque, non era incoraggiante.

       Parecchio del suo tempo libero, Benedetto, lo trascorreva a curiosare, per zone caratteristiche della città, in virtù delle quali si era trasferito nel capoluogo piemontese. Una volta conosciuta Torino, con i palazzi e i suoi parchi, i lunghi e larghi viali alberati, i paesaggi caratteristici, si possono conoscere i Piemontesi, poiché, in poco meno di un’ora, il mezzo di trasporto pubblico, gli dava la possibilità di attraversare la Regione in lungo e in largo, poiché magnificamente collegata dalle linee di trasporto. Ogni angolo di periferia era, per Benedetto, un piccolo centro di una città del meridione ma poca cosa col vero centro effettivo di Torino: un irreprensibile e proprio salotto, unico per bellezza e dal punto di vista estetico.

        Benedetto ha scoperto che la vita del nord non è solo intrisa di poesia, specialmente, quando s’imbatte nella parte umana: idolatra nei riguardi del dio lavoro, lontano dai sentimenti umani, se non per quel poco che consente agli Italiani del nord di spillargli il denaro dalle tasche, come se, per loro, fosse motivo di sopravvivenza. La bonarietà di Benedetto, i suoi sentimenti sono diversi e perciò nasce in lui un certo rifiuto a subire la sopraffazione di un ambiente che era un anno luce lontano dalle sue idee, semplici, pervase da uno spirito di sentita umanità. In condizione paritetica egli sarebbe, magari, assorbito dalla popolazione e dialogare con lei. Dall’ansia di conoscere uomini e cose, Benedetto, non si fece trascinare a tutti i costi, specialmente, quando egli assistette, suo malgrado, alle dispute verbali tra Italiani di diverse regioni, attraverso Radio Radicale. L’idea di una sua integrazione, così, si allontanava dalla mente, dapprima entusiasta. Da qui Benedetto capì - era  a metà degli anni Ottanta - che l’Italia era un’espressione geografica e non una nazione unita, sotto la stessa bandiera. Era molto lontano dallo spirito di fraternità con cui i nostri Grandi del Risorgimento li volevano unire. In preda alla delusione più sconcertante, Benedetto, ruppe i suoi rapporti col nord dell'Italia, preferendo la vita umile che aveva fino allora vissuto, tra coloro che gli volevano bene, dimenticando la freddezza con la quale l'uomo era stato accolto da quella gente, poco ospitale. Benedetto pensava d'essere libero, in mezzo a gente affettuosa, quando si attaccava alla radio che accoglieva e trasmetteva i messaggi di povera gente del meridione, dove riteneva di essere a casa propria. Fu grazie a quest'emittente di soli meridionali, un cuore pulsante, a costruirlo, a rigenerarlo, a considerarlo a casa propria e a trascorrere le lunghe e fredde sere del nord. Fu grazie a quel polmone che Benedetto ebbe la forza di resistere, fino al rientro nella sua città, con ricordi belli e brutti e la convinzione che ancora l’Italia “si ha da fare”.

       Motivi ambientali e familiari fanno sfumare i progetti di Benedetto. Aveva pensato di completare la carriera in sei città diverse, prima di andare in pensione. Nel complesso, però, non si è pentito di aver fatto quel passo, anche se col senno di poi, avrebbe avuto bisogno di scoprire altre realtà simili alle sue, ciò che non era possibile.

 

 

 

 

 

 

                                                 L’Autore.