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                              Intrighi mal riusciti

 

 

 

PREFAZIONE. – “ Intrighi mal riusciti ” sono la descrizione di un ambiente e il racconto di personaggi, vissuti in un passato non tanto lontano. Il primo, descritto nella sua cruda realtà di miseria, sia morale sia materiale, che l’Autore sembra avere vissuto, come osservatore diretto, a un quadro che gli si presenti e del quale non sfugge ai minimi particolari. I secondi, invece, sono manipolati, per farli apparire quelli che non erano o, per meglio dire, ciò che lui avrebbe voluto che fossero.

   Interrotta la dinastia dei baroni Maggiolino, per motivi naturali di sterilità, accertata da più medici, l’Autore, la continua col fare apparire sulla scena un bambino adottivo, avuto in un paese lontano, durante un periodo di lunghe vacanze, da una coppia, in condizioni economiche pietose e che tutti riconobbero come figlio proprio.

     I tempi di gestazione coincidevano alla perfezione con l’assenza dei baroni, che, mai, avevano rinunziato, a parole, a un figlio, perciò nessun poté sospettare che quel bambino non era una loro creatura. Qualche sospetto ci fu, com’era giusto che fosse, da parte dei diffidenti parenti, che non riuscivano a farsene una ragione. Più che sospetto, però, era rabbia, per il rischio che correvano di perdere l’eredità, dopo di tanto attendere ed essersi umiliati a chiedere di tanto in tanto un prestito, anche se era a fondo perduto.

    I baroni, come venuto dal Cielo, diedero al bambino il nome di Angelo. Costui, pure essendo ricchissimo, non cercò d’accumulare ricchezze, ma, al contrario, s’ingegnò a frazionare i suoi beni, per rendere felici, non i parenti, che pure gli avrebbero succhiato il sangue e per poco stavano per riuscirci, ma i suoi poveri compaesani, che avevano vissuto troppo a lungo nella povertà assoluta.

   Gli amici assegnarono al giovane barone l’appellativo di Testa lesta, per la rapidità con cui egli riusciva a risolvere le questioni ingarbugliate e di difficili soluzioni.

   La miseria fisica della maggioranza della popolazione andava alla pari con quella morale dei parenti del barone. Costoro si ritenevano defraudati, perché unici eredi, prima della nascita del baronetto.

   Egli non aveva nulla da difendere, nei confronti di nessuno e, quando capì che, presto, lo Stato lo avrebbe spogliato delle sue terre, per mettere in opera la riforma agraria, che gli altri avversavano con tutte le loro forze, e che soffrirebbe di mal distribuzione tra la popolazione, egli preferì farsi carico, in prima persona, per un senso d’equità e di giustizia. Il barone, continuò l’opera, appena abbozzata dai suoi genitori. Egli considerava la riforma agraria, un fatto corretto, sia sotto il profilo economico sia sociale della Nazione.

   Il giovane barone pose le basi di un grandioso progetto, col quale intendeva riscattare i suoi concittadini dalla miseria, forse perché sentiva una certa catarsi di quello stato di miseria che era dentro di lui. Ammodernò il suo feudo dotandolo di strade e di case coloniche e lo frazionò, in maniera da dare agli altri, parti di quello che possedeva e con cui poteva viverci tranquillamente. Ciò realizzò e contribuì al ritorno dei tanti ragazzi che si erano trasferiti in altre città, per motivi di lavoro.

   Il problema di rimanere solo in quel paese, non ebbe niente a che vedere col frazionamento del feudo, ma sicuramente gli diede uno stimolo, per realizzarlo il più presto possibile.

   I vecchi marpioni dei parenti, avevano fatto di tutto, per togliergli le proprietà. Qualcuno lo voleva addirittura sostituire nella conduzione dell’azienda, nella quale si dimostrò come un provetto intenditore. I parenti capirono che non poterono fargli “ le scarpe”, e allora ricorsero, tramite l’intervento delle ruffiane zie, a tramare quell’infame progetto di scaricargli la cugina incinta, operazione nella quale altre volte le parenti erano riuscite. Esse fecero in modo che i due giovani si svegliassero l’uno nelle braccia dell’altra e in un inequivocabile, quanto compromettente atteggiamento.

   La testardaggine del barone e il suo rifiuto iniziale alla convivenza, hanno fatto sì che fosse stato accordato l’annullamento del matrimonio riparatore, al qual è stato costretto, per evitare scandali. Il barone ne uscì vincitore. Perdenti furono i parenti, ma non la povera Martiria che tutto aveva accettato passivamente, come inebetita della circostanza successa, e che era stata capace di riscattarsi dalla miseria morale, per avere ricevuto il perdono da Dio e dagli uomini.

   Ottenuto l’annullamento del matrimonio, il barone si sposò con Diodata, da cui aveva avuto i due bambini, nell'attesa di regolare la sua posizione di convivente.

    Egli ha voluto essere fedele alla tradizione, secondo la quale la campana della torre del palazzo baronale, è fatta suonare a festa, per informare la popolazione della nascita di un baronetto e che ha ritenuto bene di avere completato l’opera della riforma agraria, con quello spirito di riscatto, che era nel suo sangue plebeo.

 

 

       

 

 

 

                                                                                              L’Autore